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Giulia Ferri

Ritiro sociale come adattamento creativo: uno sguardo gestaltico.

Nel mio lavoro all’interno del progetto 9 e 3/4 del Gruppo Abele, ho incontrato ragazzi e ragazze che vivono forme più o meno marcate di ritiro sociale. Dietro il silenzio, l’isolamento o il rifiuto del contatto con l’esterno, ho imparato a leggere — secondo la visione della terapia della Gestalt — non semplicemente un “problema”, ma una forma di adattamento creativo: una risposta possibile, spesso necessaria, a un ambiente percepito come troppo invadente, giudicante e richiedente a livello di performance.

Il ritiro diventa così un modo per proteggere il proprio nucleo più fragile, per mettere distanza, per ritrovare margini e confini. È un gesto che, nella sua apparente chiusura, può contenere il desiderio profondo di relazione, solo in attesa di condizioni più autentiche e sicure. Nel lavoro terapeutico, il mio intento non è “rompere” il ritiro, ma incontrarlo, ascoltarlo, esplorarne il senso nel contesto unico di ogni storia. Accompagnare, con rispetto e delicatezza, verso una possibile riemersione, quando e se la persona sente che è il momento. A volte basta un piccolo movimento, un contatto sincero, una possibilità nuova per riattivare il processo di contatto con il mondo.